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Flora

La flora del Parco del Ticino è una sorta di riassunto della vegetazione padana nel tempo e nello spazio.
Nel tempo perché presenta lembi boschivi analoghi a quelli delle grandi foreste alluvionali dell’Europa, come erano prima degli insediamenti umani.
Nello spazio perché si possono trovare specie altrove scomparse o estremamente rarefatte: alberi tipici della fascia pedemontana e fiori acquatici; arbusti non più presenti nella pianura coltivata ed erbe medicinali.


Approfondimenti

» Fiori

Malva
La malva selvatica è una pianta erbacea, annua o biennale, che fiorisce da giugno ad agosto. I fiori sono di colore porporino-violaceo, mentre il frutto è costituito da numerosi cocchi disposti a verticillo. Le foglie giovani e i germogli, commestibili sia cotti che in insalata, sono apprezzati fin dall’antichità - come riportano Cicerone ed Orazio - per il loro leggero effetto lassativo.

Orchidea tridentata
Tra le 16 specie di orchidee presenti nel Parco, l’Orchis tridentata è inconfondibile anche a prima vista per il labello punteggiato ed il casco striato.
Tra aprile e giugno fiorisce nei prati aridi, nei cespugli e nelle boscaglie del Parco.
Il termine greco Orchis significa «testicoli» e si riferisce ai tuberi radicali tondeggianti e appaiati presenti in buona parte di queste piante.

Viole
Si tratta di genere diffuso in tutti i continenti con una moltitudine di specie. Quella più nota è la viola mammola (Viola odorata), perenne e alta sino a 15 cm. con petali viola scuro profumati. La Viola irta ha fiori più appuntiti e inodori, quella dei colli differisce per i fiori più chiari e debolmente profumati mentre la Viola silvestre ha petali sottili macchiati di scuro all’apice. Nel Parco si possono anche osservare la viola del pensiero e la viola dei campi, entrambe con petali a due o tre colori: viola, gialli e bianchi.

» Alberi

La Quercia (QUERCUS ROBUR L.)
Appartiene alla famiglia delle querce e caratterizza e nobilita i boschi del Parco, essendo l’emblema di durata, maestosità e di forza. È un albero molto longevo, con un’età media di 200 anni, ma che può raggiungere i 500-1000 anni. Nel territorio del Parco arriva raramente a dimensioni imponenti o a età rispettabili. La crescita diventa rilevante soprattutto in terreni umidi e sciolti e non è il caso dei nostri boschi. Qui l’età media è intorno ai 50 anni: nel corso della seconda guerra mondiale le querce del Parco vennero quasi interamente abbattute per soddisfare il fabbisogno energetico di Milano. Ha un tronco robusto e diritto, con rami irregolari e contorti e foglie disposte in modo sparso. La corteccia imbrunisce con l’età, formando fessure longitudinali abbastanza profonde; è liscia e grigiastra nella pianta giovane. Le foglie, di forma ovato oblunga con cinque o sette lobi per lato, sono caduche, alterne e semplici. La pagina superiore è lucida, di colore verde scuro, quella inferiore è più chiara, pelosa sulle nervature.
Gli amenti (infiorescenze maschili) sono composti da fiori formati da un involucro con cinque o più lobi allungati e da quattro-dodici stami. I fiori femminili sono solitari o a gruppi di due-cinque e formano spighe peduncolate. La fioritura avviene quasi contemporaneamente all’emissione delle foglie, in aprile o maggio.
Il frutto è un achenio, chiamato ghianda, riunito in gruppi di due-tre su un peduncolo.
La farnia preferisce suoli profondi, umidi, sciolti e ben aerati, ma si può insediare anche su terreni spogli e a forte drenaggio superficiale; resiste bene anche a immersioni prolungate e vegeta sui suoli acidi e antichi del pianalto. Il suo legno è uno dei più ricercati per costruzioni navali ed edili, travature e lavori di falegnameria.
È ottimo anche come combustibile.
Fu considerato albero sacro dai celti e dai romani, per i quali era simbolo della forza e del potere: le sue fronde erano usate per incoronare i condottieri vincitori.

Il nocciolo (CORYLUS AVELLANA L.)
Piccolo albero molto ramificato sin dalla base, che si presenta spesso in forma arbustiva. I rami sono eretti, la chioma piuttosto irregolare è smembrata in numerose fronde. I giovani rami, spesso ripiegati, hanno peli corti, in parte ghiandolari. La corteccia è grigio-marrone, precocemente glabra, con solcature longitudinali e sparse lenticelle chiare.
Le foglie sono caduche, alterne e con picciolo provvisto di peli ghiandolari e nervature evidenti. La lamina ha forma sul tondeggiante, spesso è debolmente trilobata con base cuoriforme e margine seghettato. Superiormente è verde scuro mentre la pagina inferiore è più chiara.
I fiori sono riuniti in infiorescenze unisessuali e si sviluppano molto prima delle foglie. I frutti, le nocciole, sono grossi acheni globosi con involucro legnoso, solitari o a gruppi, parzialmente avvolti da un rivestimento fogliaceo e sfrangiato.
Il nocciolo è una specie molto frugale, capace di svilupparsi nelle condizioni più diverse, e si infiltra in quasi tutte le associazioni boschive. Nei boschi del Parco è presente massicciamente quasi esclusivamente in forma arbustiva. Numerosi gli impieghi di questa specie, sia del legname che dei frutti, utilizzati in svariati settori. Il legno è usato in lavori di intarsio o per altri impieghi di tipo artigianale. I flessibili rami di questa pianta sono stati intrecciati fin dai tempi preistorici per ottenere cesti. Con il carbone di nocciolo si fabbricano i carboncini da disegno. Dalle nocciole si estrae un olio impiegato nell’industria dei cosmetici. L’industria dolciaria, infine, utilizza massicciamente i frutti per la produzione di nocciolati, torroni e della pasta gianduia, un sostituivo della cioccolata, costituito da farina di nocciole e cacao.

Il biancospino (CRATAEGUS MONOGYNA JACQ.)
È un arbusto spinoso che può talvolta raggiungere un’altezza di 10 metri con portamento da vero e proprio albero. I greci lo consideravano l’emblema della speranza. Le foglie sono ovoidali o romboidali, con margine dentellato o inciso da 3–7 lobi poco profondi; i fiori ermafroditi e con cinque petali sono bianchi e sbocciano in aprile-maggio raccolti in corimbi (piccoli ombrelli) terminali ed eretti.
L’arbusto produce piccoli pomi di forma tondeggiante, rossi quando diventano maturi, con un solo seme osseo. I frutti sono insipidi e farinosi, ma sono molto apprezzati dagli uccelli. Spesso si trova nelle siepi ed è diffuso nelle radure dei boschi: tollera l’ombra e predilige terreni incolti. I frutti sono stati utilizzati in tempi di carestia: seccati e macinati, venivano mescolati al pane. Il Biancospino è ampiamente utilizzato nella medicina popolare come antispasmodico e regolatore di pressione e pulsazione cardiaca.

Il gelso (MORUS NIGRA L.)
Il gelso nero è un albero con fusto diritto o sinuoso, ma sempre ampiamente ramificato e con chioma molto espansa. I rami sono grossi e slanciati; la corteccia è verdastra negli esemplari giovani, bruna negli adulti, che presentano anche profonde incisioni con scaglie irregolari.
Le grosse foglie, lunghe fino a una dozzina di centimetri, hanno un margine finemente seghettato o dentato. Il colore della pagina superiore è verde scuro, mentre la pagina inferiore è più chiara e pelosa. Le infiorescenze maschili sono amenti penduli, mentre quelle femminili sono spighe ovoidali; talvolta ci sono infiorescenze ermafrodite. La fioritura avviene in aprile-maggio. Le false infruttescenze, dette "more", maturano in agosto-settembre, diventando viola nerastre. Contengono zuccheri e vitamine e, se mangiate al mattino, hanno un effetto lassativo. Il gelso nero può vivere fino a 150 anni. È originario dell’Asia Minore e viene coltivato nell’Europa centromeridionale sin dall’antichità. Le foglie venivano massicciamente usate per l’alimentazione del baco da seta. Il legno è duro, compatto e viene utilizzato per lavori d’intarsio e tornitura.
In erboristeria il succo delle more viene impiegato per sciroppi contro mal di gola e stomatiti. Nel medioevo se ne ricavava anche un vino: vinum moratum. Una curiosità: si dice che Ludovico Sforza, detto il Moro, fosse così soprannominato perché stimolò la coltura di questa pianta in Lombardia. I lunghi filari di gelsi, sopravvissuti fino alla metà del secolo scorso, sono stati quasi completamente smantellati con la fine dell’allevamento dei bachi. Esemplari isolati sopravvivono specialmente nei dintorni delle cascine e degli antichi stabilimenti di bachicoltura. Nel Parco si trova anche un “fratello” del gelso nero: il gelso bianco.

Pioppeti
Non sono boschi, ma vere e proprie coltivazioni di alberi a rapido accrescimento. Le piante, geneticamente uniformi poiché clonate da un capostipite super selezionato, sono disposte in filari o a scacchiera. Lo spazio tra i filari viene fresato e pulito più volte, per non consentire che piante o erbe parassite sottraggano nutrimento ai pioppi.
Nel Parco la coltivazione industriale del pioppo è molto diffusa nelle zone golenali che si trovano alla confluenza tra il Ticino ed il Po, ma è facile vedere anche nell’ alto pavese e nel milanese i profili verdi degli impianti che spezzano il paesaggio, limitando l’orizzonte. Tagliati a cicli variabili dagli otto ai dodici anni, a seconda della profondità e della fertilità dei terreni, i pioppi vengono perlopiù ritirati dalle cartiere per la produzione di carta. Il loro legno è usato per realizzare cassette per la frutta, stuzzicadenti e fiammiferi. Non sono particolarmente adatti per lavori di falegnameria o come legna da ardere.

I pioppi ibridi
I pioppi ibridi sono di gran lunga gli alberi più diffusi (per numero e per superficie) del Parco. Come entità sono il frutto di una lunga e complessa storia genetica che coinvolge i pioppi europei (Pioppo Nero) e quelli nord americani (Popolus deltoides). Queste specie diedero vita a fenomeni spontanei di ibridizzazione, il cui risultato fu una pianta appetibile per le sue qualità produttive e merceologiche. L’uomo capì il loro valore e dette razionalità a questi incroci ed oggi esistono centinaia di ibridi che si diffondono per talea (cloni).